I Fumetti della Resistenza

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16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

Prima pagina :: Storia :: Storia nazionale :: Giornali della Resistenza - La corruzione e il Risorgimento morale
Indice
Giornali della Resistenza
Idee forza in una grande guerra di popolo
Il problema del potere
La politica e i partiti
La corruzione e il Risorgimento morale
Le donne: si apre un'epoca nuova
Altri argomenti di riflessione
Indice alfabetico dei periodici clandestini della Resistenza Italiana
Indice cronologico dei periodici clandestini
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La corruzione e il Risorgimento morale
Come risarcire le sofferenze che il popolo italiano aveva sofferto nei lunghi anni della dittatura fascista? L'epurazione sembrò una parola quasi magica ad alcuni e tanti giornali
riprodotti in questa raccolta riportano indicazioni sui comportamenti da tenere. C'era chi scriveva: "Nessuna pietà per i profittatori, per gli entusiasti di tutte le idee, per i vili che gesuiticamente si posero al servizio di un'idea che loro stessi detestavano... Via, via tutta questa ciurmaglia, pulizia personale, rivedere le posizioni personali...". Si sentiva l'esigenza di disinfettare, disintossicare tutto un paese, ma il fascismo aveva pervaso tutta la società italiana.
Ma, come scriveva, Democrazia "vent'anni di fascismo hanno corrotto la vita politica, oltre i confini del fascismo stesso. Anche se non indrappellate nelle quadrate legioni, ci sono non poche brave persone che integre, nella vita privata, diventano inconsciamente - quasi direi innocentemente - immorali nella vita pubblica, dove ragionano e agiscono in uno stato di machiavellismo integrale, come se una crassazione, un omicidio, una menzogna, una sopraffazione nella vita associata, nei rapporti tra Stato e Stato e tra cittadini e poteri pubblici cessino d'essere crassazione, omicidio, prepotenza o siano giustificabili col pretesto dell'interesse pubblico e della ragion di Stato. Nell'area nazionale si potrebbe rubare e non sarebbe un furto; affamare e non sarebbe nequizia; sopraffare i cittadini della loro libertà e dei loro risparmi e sarebbe un servizio dello stato. Nei rapporti tra i popoli, si potrebbe invadere il territorio di una nazione pacifica e sarebbe diritto di spazio vitale; o impiantarsi a casa d'altri a farvi la guerra e il proprio comodo, e sarebbe lecito perchè utile. La putrefazione delle coscienze è molto più vasta di quanto s'immagini. Tutto ciò è vero. Ma è pure vero che il fascismo è stato non soltanto una scuola di diseducazione e una prassi d'amoralità politica, ma è stato esso pure un prodotto, il più cospicuo, e la montatura, la più riuscita, o meglio l'organizzazione, la più totalitaria, del malcostume che ancora serpeggiava tra i piedi della gente nelle strade della civitas italiana. E' stato il precipitato dei peggiori istinti ed il potenziamento del vario malcostume politico di cui più si lamentavano gli uomini del periodo liberale".
La realtà italiana la descrive bene Fratelli d'Italia, bollettino veneto del Comitato di liberazione nazionale, 15 marzo 1944: "Dopo lo sfacelo dell'8 settembre qualcuno di noi s'era
illuso che sotto i colpi dell'umiliazione e della sventura sorgesse una nuova Italia, un'Italia la quale, anche a costo dei più gravi sacrifici, riaffermasse il suo diritto alla libertà e
alla giustizia, cioè alla vita e all'avvenire. Invece, purtroppo, abbiamo dovuto riconoscere in lei il volto del tragico ventennio mussoliniano; un volto in cui si dipingevano insieme il servilismo più sfacciato, la vigliaccheria più vergognosa, la rassegnazione più stupida, l'egoismo più ipocrita, l'indifferentismo più cinico. Molti, troppi italiani tirano tranquillamente a campare, si adattano cioè, con facile disinvoltura a collaborare più o meno direttamente con le autorità germaniche, come se nulla più ormai di questa orrenda tragedia li riguardasse e li interessasse. Da una parte stanno i passivi, i rinunciatari, i quali tuttavia provano il bisogno di giustificarsi coi più mortificanti pretesti, incolpando non se stessi, ma gli altri, la situazione, le circostanze; gli sfiduciati, che si mostrano convinti dell'inutilità di ogni sforzo; gli esosi, che non si fidano di intaccare la borsa per aiutare la nostra causa; gli egoisti, che mascherano
la responsabilità della loro viltà personale con la preoccupazione dei propri cari esposti alle rappresaglie nemiche; gli attesisti, che promettono di farsi vivi all'ultima ora, al momento opportuno, quando cioè non ci sarà più nulla da fare. Dall'altra si agitano i disorientati, i quali si adoperano a fare qualcosa, ma per un insensato orrore di tutto ciò che ha sapore politico, sotto il pregiudizio di una male intesa concordia patriottica, si chiudono e si disperdono in iniziative isolate sfuggendo al controllo del nostro Comitato ed intralciandone l'azione; i reazionari ed i conservatori, che ispirandosi più o meno esplicitamente a equivoche riserve, come quella di difendere l'ordine ossia la propria privilegiata posizione, rea di complicità col passato regime, appoggiano formazioni cosiddette apolitiche che sono o possono diventare strumento di oppressione monarchica, badogliana, capitalistica, massonica che dir si voglia. E vi è infine la perniciosa categoria dei simulatori, cioè di coloro che si danno d'attorno cercando di spacciare le loro vane ciance per concreta attività. Tutti costoro rivelano un'enorme ottusità morale, una assoluta incomprensione dell'attuale realtà: essi si dimenticano di essere in guerra, una guerra implacabile e disperata che non ammette neutralità e considerazioni di sorta, che impone una visione decisamente nuova e quindi una soluzione radicale di tutti i problemi politici e sociali: una guerra alla cui lontana conclusione, sarà chiesto conto ad ognuno del proprio atteggiamento e dell'uso che avrà fatto delle proprie possibilità e delle proprie ricchezze nel giorno del bisogno".

Agli attendisti, tra l'altro, dedica una noticina Il Progresso, organo del partito progressista, 22 luglio 1944: un'invettiva contro quanti "con la solita motivazione dell'immaturità delle circostanze, hanno sempre ostacolato la proposta di una insurrezione armata contro il regime" e si trincerano dietro formule di "prudenza, e invece di dirigere e sospingere le forze rivoluzionarie già in moto attendono. Attendono il momento in cui essi possano, senza personale rischio, e magari con qualche vantaggio, convogliarsi ad un movimento che sia infine riuscito ad ingrossarsi e a trionfare per sua insopprimibile forza... Gli italiani tengano presente che l'attendismo e Farrivismo sono disgustosi fenomeni che debbono tramontare insieme al fascismo".
Il ribelle, un giornale che esce a Brescia "come e quando può", 15 luglio 1944, reca vicino alla testata una citazione di Giuseppe Mazzini: "Più della servitù temo la libertà recata in dono". Sottolinea il senso di smarrimento che ha colpito "giovani e semplici" dopo 25 anni di "assenza dalla vita politica libera, di forzato silenzio, di mancata elaborazione del pensiero". E il guerrigliero, giornale delle brigate "G. Mazzini", 10 dicembre 1944, batteva sul tasto dell'apoliticismo: "Una specie di avversione per tutti i partiti potrebbe avere anche una sua giustificazione o almeno una sua spiegazione se fosse conseguenza del disorientamento creato negli spiriti da tante drammatiche vicende e dalle non sempre cristalline esperienze del passato. Ma è purtroppo ch'essa corrisponde alla inveterata abitudine di considerare la politica come cosa superflua alle essenziali necessità della vita e faccenda pertanto che può interessare soltanto chi ha tempo da perdere od aspira a pubblica notorietà".