I Fumetti della Resistenza

Copertina
16 giovani illustratori
per 8 giovani partigiani

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  • Margarethe von Trotta, Rosenstrasse, 2003
    RosenstrassePer una tragedia come lo sterminio degli Ebrei durante il nazismo, niente è eccessivo, nessuna denuncia esagerata, perciò un'opera ad esso ispirata non può esser giudicata col metro ordinario. Questo soprattutto oggi, quando sono in atto non aggiustamenti logici dell'ottica con cui si guarda a ogni evento storico via via che s'allontana, bensì ignobili tentativi di cancellazione di ciò che è stato. Tale smania revisionistica è qualcosa di pesantissimo, quasi un modo simbolico di uccidere nuovamente quei milioni di persone eliminate con sistematica crudeltà e delirante scientificità. E' proprio quest'ultima caratteristica che distingue l'Olocausto dalle mille carneficine, pulizie etniche, morti per fame, che ai nostri giorni costituiscono il rovescio della medaglia di sviluppo, consumo, superfluo. Ciò premesso, si può parlare dell'ultima fatica di Margarethe Von Trotta, assente da un po' di tempo dagli schermi. Rosenstrasse ha al centro un episodio poco noto, che riguarda gli Ebrei a Berlino. Siamo nel '43; tra gli ultimi atti di una dittatura che vede su di sé l'ombra della fine, c'è l'arresto e la segregazione in un edificio della Rosenstrasse di un gruppo di familiari (mariti, mogli, figli) di coppie miste costituite da ariani ed ebrei. Fuori del palazzo ogni giorno e in numero sempre crescente si radunano familiari, perlopiù mogli, dei segregati, reclamando a gran voce il diritto di rivedere i propri mariti, alcuni dei quali sono già stati deportati. Dopo notti di ostinata presenza là fuori, miracolosamente, per ordine di Goebbels e per un calcolo di opportunità politica, i prigionieri vengono rilasciati, grazie anche all'azione delle loro donne ariane. A questo racconto si intreccia quello di Hannah, (Maria Schrader), giovane ebrea la cui madre ha perso nei lager la propria. Rimasta orfana, la piccola Ruth viene raccolta da una delle donne presenti in Rosenstrasse. Quest'ultima, di nome Lena (Katja Riemann), di origini aristocratica, tedesca purosangue, aveva sposato un suo collega ebreo, violinista, essendo anche lei un'applaudita pianista. Dopo le nozze e con la guerra, la sua vita diventerà quella di una donna disperata, preda della fame e delle umiliazioni provocate dal suo matrimonio. Terrà con sé la piccola Ruth per circa tre anni, poi la bimba sarà mandata in America per essere cresciuta da una legittima zia trasferitasi oltreoceano. All'inizio del film vediamo Ruth, ormai settantenne (Jutta Lampe), subito dopo la perdita del marito, evento che la porta a ripercorrere con la memoria il suo passato. Tale cammino a ritroso verrà condiviso dalla figlia Hannah, che riuscirà a ricostruire molti fatti di quella catastrofe individuale e collettiva. L'opera della Von Trotta, a volte un po' prolissa, è nel complesso un prodotto di buon livello, anche se, a mio parere, alcune scene più patetiche potevano essere risparmiate. Il patetico che nasce dalla verità storica è secondo me meno sopportabile di quello che nasce unicamente dall'invenzione artistica. Va però aggiunto che la regista tedesca ha avuto il coraggio di mettersi di fronte a una tematica che la maggior parte dei suoi connazionali aveva rimosso fino a pochi anni or sono. In più l'ha fatto con l'onestà intellettuale che la distingue, presentando gli eccessi di zelo e crudeltà dei nazisti, ma anche lo stupore di molti tedeschi, gente comune, che vedeva sparire persone con cui aveva vissuto fino a poco prima, ignorando spesso la loro terribile sorte e i motivi della scomparsa. La pressione emotiva cui l'argomento sottopone il pubblico è sostenuta da una recitazione tutta sfumature ed espressività, nonché da una fotografia dei luoghi attenta ai particolari e dai colori decisi ed essenziali, lividi o squillanti a seconda del contesto. In definitiva ancora un momento di emozione, riflessione e ricordo del passato, cui dovrebbe far seguito più passione e decisione oggi per agire contro la perdita di diritti e l'oppressione dei deboli, ovunque essa avvenga.
    Olga di Comite
  • Marc Rothemund, La Rosa Bianca - Sophie Scholl, 2005
    Marc Rothemund, La Rosa Bianca - Sophie Scholl, 2005Narra, in maniera aderente alla realtà dei fatti accaduti, la cattura, la breve prigionia, il processo e la condanna alla pena capitale subìti da Sophie Scholl e da suo fratello, oltre che da un loro amico, accusati di cospirazione contro il regime di Adolf Hitler perché facenti parte del gruppo clandestino di opposizione denominato Rosa Bianca.
    Sophie Scholl è una studentessa universitaria che vive con il fratello Hans in un appartamento di Monaco di Baviera durante la seconda guerra mondiale. La disfatta di Stalingrado ha dato un brusco scossone al consenso nazista, e sono in molti ora tra la popolazione tedesca a desiderare la resa.
    Sophie aderisce all'associazione studentesca La Rosa Bianca, per la quale, nottetempo, scrive sui muri frasi contro il nazismo e la guerra, insieme al fratello e altri membri dell'organizzazione.
    Nel tentativo di distribuire volantini all'università per diffondere le idee del gruppo, viene notata e condotta in una caserma della Gestapo assieme al fratello, dal quale viene peraltro subito separata. In caserma Sophie viene interrogata dall'investigatore Robert Mohr che, malgrado le resistenze della ragazza, riesce a farle confessare - anche grazie ad una perquisizione nel suo appartamento - il coinvolgimento nell'organizzazione clandestina e i nomi di alcune altre persone che appoggiavano le attività della Rosa Bianca.
    Poco dopo la firma della confessione, la giovane viene condotta in tribunale, presieduto da Roland Freisler, noto giurista del Reich. Il processo si rivela una farsa. Condannati a morte, i tre vengono giustiziati con la ghigliottina lo stesso giorno, dopo un ultimo saluto ai genitori, sconvolti ma fieri dell'operato dei figli.